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Associazione Italiana Neurologi Ambulatoriali Territoriali
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Una Sanità europea e il riscatto della Medicina territoriale

Roberto Tramutoli

Se vi sono aspetti di criticità che l’attuale pandemia ha portato alla luce, non possiamo negare che la diversità di approcci all’ emergenza nel Continente Europa (e non solo) e la risposta dei territori, così diversa in alcune zone del nostro paese, sono quelli che più di altri hanno mostrato la necessità di una visione comune e di una risposta condivisa al problema epidemiologico.
Questi due aspetti meritano una riflessione basata non solo sulla “democraticità” o sulla “opportunità” delle decisioni ma anche sul contesto della maturazione “storica” delle società.
La Scienza medica, in quanto sapere in itinere, può permettersi diversità di vedute, opinioni ed interpretazione dei dati e calibrare, di volta in volta, le risposte più adeguate, per le profilassi più efficaci e le terapie più idonee, ma i sistemi paese risentono sempre e comunque di un approccio più storico e filosofico nell’ affrontare nuovi rischi, e tale risposta è fondata sulla diversa percezione del rischio e sulla diversa considerazione del cittadino o, più in generale, dell’ essere umano nella società.
Nel caso delle risposte che i Paesi europei  hanno fornito e dei metodi adottati per contenere un’epidemia internazionale e poi mondiale, si tratterà di acquisire una cultura comune della vita e della salute.
Le diverse strategie di isolamento, dal lockdown assoluto e prolungato fino alla circolazione libera, finalizzata alla “immunizzazione di gregge”, non riflettono solo diverse visioni da parte dei governi e delle economie, ma sono per molti versi il frutto di differenti sedimentazioni culturali, maturate nel corso dei secoli.
Una visione anglosassone, o se preferite più nordica, dei rapporti interpersonali, sembra anteporre il fare all’essere. La persona conta più per ciò che ha fatto e per quanto realizza (e non solo dal punto di vista economico) per sé e per la società di cui fa parte piuttosto che per il fatto di “essere una persona”.  
Sono le capacità a identificare e delineare la funzione dell’essere e non qualche proprietà comunque presente, dipendente dal solo esistere o dal fatto di essere umano.
Di fronte al pericolo, conterebbe salvaguardare quello che la “società” ha costruito più che i “realizzatori” della stessa, anche in virtù del fatto che il risultato costruito è comunque un bene proiettato nel futuro, utile per le generazioni a venire. In tale ottica possono essere lette alcune esternazioni dei Premier inglese e nordamericano o le scelte dei governi in Svezia ed Olanda. Anche se criticabili o non condivisibili, sono il frutto di una forma culturale di affrontare i problemi  che ai loro concittadini può non apparire sbagliata.
Nelle società mediterranee, la cultura dell’essere è invece principalmente legata alla trasmissione del passato e dei suoi valori e quindi a un’esistenza che, pur parte di una società, può procedere in modo anche autonomo e spesso esula dalla stessa e dai rapporti con gli altri.
Il “Cogito ergo sum” esprime una coscienza individualistica dell’uomo che non necessita dell’altro per affermare la propria esistenza ed individualità. L’essere umano si è appropriato di una prerogativa che possiamo chiamare coscienza o dignità e che lo investe di una sacralità, religiosa o laica non importa, indipendente dal tempo, che lo eleva a bene supremo e quindi sempre meritevole di essere salvaguardato nella vita e nella salute.
Io “conto” per il fatto di essere un essere vivente e più ancora per essere umano e non per quello che ho fatto o farò nella società.
Non per aver fatto bene o male, non per le mie capacità o attitudini o altro.
Queste due visioni di uomo e società sono uno degli elementi alla base degli scontri cui abbiamo assistito tra i diversi stati europei nel secolo scorso e che proseguono nell’attuale, a discapito di una oramai non recente Costituzione di Unità Europea.
Penso che solo “limando” reciprocamente gli aspetti più conflittuali, si potrà avviare un percorso che dovrebbe mirare a una unicità e comunità di comportamenti e sistemi, essendo l’uniformità di quello sanitario il primo obiettivo di un’Europa unita e comune.
L’aspetto della territorialità della Medicina, drammaticamente emerso con l’esplosione dei ricoveri nei reparti ospedalieri, fa capo a una mancanza di visione della prevenzione sociale.
Lo scopo della Medicina territoriale è quello di contenere gli effetti più devastanti delle malattie (e di conseguenza i costi!) con una capillare azione di contrasto alla loro diffusione. Il tutto con una prerogativa spesso dimenticata: il medico del Territorio deve indirizzare la scelta di un sistema sanitario affinchè mantenga il paziente nel contesto della società ed evitare, per quanto possibile, di “confinarlo” in Ospedale. In questo caso è richiesta al medico non solo la prevenzione del morbo, ma la conservazione di quell’insieme di rapporti sociali, affettivi, di aspirazioni, di sentimenti che costituiscono il mondo sociale e civile.
Un ricovero, per quanto necessario, interrompe questa serie di rapporti e, nei limiti possibili, una tale interruzione va evitata. La cura del malato deve prevalere sulla cura della malattia, ammesso che le due cose siano scindibili, e solo con questa consapevolezza si previene la “disgregazione” di un sistema sanitario. Non a caso il maggior dolore dei familiari che hanno perduto un proprio caro nell’ emergenza Covid, riguarda sì la perdita ma più ancora la mancanza della possibilità di assisterli in quei momenti. Al lutto personale si somma un lutto sociale, più disgregante appunto sulla fitta rete di affetti del vissuto.
Il potenziamento della Medicina territoriale e quanto ad esso consegue e attiene (assistenza domiciliare, servizi sociali, volontariato, umanizzazione delle RSA) non è una scelta ma un obbligo di un paese civile, obbligo troppo spesso disatteso e ancor più spesso non remunerativo.
I nostri nonni e padri hanno avviato il Sistema sanitario nazionale, considerato a buon diritto uno dei migliori se non il migliore al mondo. A noi tocca non solo conservarlo ma ampliarlo e potenziarlo. Il che significa, in pratica, passare dalla Medicina curativa a quella preventiva. La Medicina del Territorio può a diritto considerarsi la punta più avanzata di una tale trasformazione.

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