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Dall’Asia all’Europa, un invisibile nemico:considerazioni sparse

Mariano Ciarletta
Ricercatore, Cattedra di Storia moderna, Università degli Studi di Salerno
  
Mai come oggi il mestiere dello storico si sta confermando come un qualcosa di poliedrico, che spinge giovani studiosi, ricercatori e docenti, ad uscire dai luoghi di abituale frequentazione professionale per osservare, in maniera reale e tangibile, la realtà che ci circonda ed oggi funestata da un agente microbiotico causa di una imponderabile ed imprevista calamità naturale, che colpisce l’umanità nella sua interezza. Se guardiamo al nostro passato storico, remoto o prossimo che sia e qualunque sia lo spazio geografico, su cui poniamo gli occhi, possiamo rilevare che uno dei fattori caratterizzanti lo sviluppo dell’umana specie è l’aver dovuto fare continuamente i conti con fattori patogeni, che nel tempo hanno inciso sull’evoluzione della specie.
 
Sulla base di questa premessa possiamo acuire il nostro sguardo sul nostro passato storico per saggiare non la veridicità, ma la giustezza del pensiero di Giovan Battista Vico intorno alle «ragioni ideali ed eterne, che sono destinate a presentarsi costantemente» all’uomo nello sviluppo della sua storia.
 
Ma per cogliere almeno in parte il riferimento ai «corsi e ricorsi storici» di vichiana memoria e impiegare l’uso della storia per affrontare il tema del contagio, da cui discendono le grandi epidemie che nel tempo e nello spazio hanno afflitto l’umanità, sembra utile soffermarci (anche se in maniera episodica e generale) su un argomento, che mi appare decisamente poco trattato dai media e, più in generale, dagli uomini di cultura che in questi giorni stanno discutendo dell'ampia famiglia di virus respiratori, meglio noti come Coronavirus. Vorrei cioè soffermarmi su alcuni aspetti storici della civiltà, da cui si è diffuso questo ceppo virale: la Cina. Riflettere sulla premessa culturale, da cui si sono diramate alcune considerazioni caratterizzanti i nostri atteggiamenti culturali nei confronti della genesi di questa epidemia, inoltre, mi sembra doveroso e necessario.
 
In primo luogo, vorrei richiamare l’attenzione sulla scarsa conoscenza che si ha sul presunto colpevole del contagio, la Cina appunto. Causa ed origine del Covid19 è ritenuto (oserei dire unanimemente) il “popolo cinese” e ciò introduce un elemento di novità nella cultura Europea del XXI secolo. Sul piano storico, almeno per l’Occidente europeo, ci è noto come e quando gli ebrei siano stati sovente assunti come colpevoli di contagi epidemiologici. Oggi, invece, subentra nella coscienza collettiva europea (per non dire mondiale) un nuovo untore, il cinese, con tutto ciò che di avversativo può generare questa attribuzione di colpa. In relazione a ciò una considerazione viene più o meno spontanea alla mente. Si dimentica che la Cina ha realizzato, a partire dall’era neolitica, la formazione di un vasto Impero centralizzato, indubbiamente paragonabile all’Impero Romano (volendo trascurare quello Macedone), ma molto più popolato e, cosa di maggiore importanza, tecnologicamente progredito. Inoltre, la nostra visione culturale del mondo asiatico ci autorizza a considerare la Cina molto lontana e, pertanto, a valutare la sua storia meno ricca e meno complessa, come già nel lontano 1964 argomentava Jacques Gernet, uno dei maggiori studiosi di questo mondo [1]. Si consideri però, che proprio grazie al Covid 19 (probabilmente, molto più della globalizzazione) la Cina si è avvicinata alla nostra coscienza europea. Si è connessa all’Europa molto di più rispetto ai movimenti economici di fondo, che caratterizzano la faccia esteriore, quella materialmente avvertita, della globalizzazione. Ma globalizzazione non vuol dire reale conoscenza di una realtà umana. Ciò che oggi accade attraverso la diffusione del Covid 19 è l’intreccio di storie con orizzonti globali, direbbe Sebastian Conrad [2]. Nella sostanza storica, viene spontaneo chiedersi, cosa conosciamo di questa grande realtà asiatica, delle grandi esperienze storiche che hanno generato questo popolo caratterizzato da una complessità di variegate genti?
 
Da quanto detto finora si comprende come sia inevitabile (oggi più di ieri) ampliare lo sguardo su questo mondo, giudicato più che pensato in termini di civiltà, affidato prevalentemente al giudizio occasionale, all’interpretazione personale di quanti vivono la tragedia dell’epidemia legata al “coronavirus”. Se solo si pensasse che tutta l’evoluzione di questo mondo (al pari dei nostri mondi occidentali), che parte dalle culture neolitiche della Cina del Nord (di cui abbiamo notizie scientificamente vagliate) per giungere agli inizi del secondo millennio fino all’Impero centralizzato dei Ch’in e degli Han (dinastie imperiali), si compie sullo sfondo di un lento, ma progressivo modificarsi dei rapporti tra l’uomo e l’ambiente naturale. Con riferimento a quest’ultimo punto,  si dimentica spesso (e qui siamo in tema con lo sviluppo del “Coronavirus”, credo) che questa civiltà si sia evoluta anche grazie all’interazione (meglio sarebbe dire, forse, addomesticamento?) con gli animali, il cui risultato storico – ci confermano i primi volumi della Cambridge History of China, Cambridge, 1979 e ss. – fu l’eliminazione (causa infezioni legate alla diffusione di microrganismi patogeni) di esseri umani accanto ad alcune specie animali. Ciò riguardò anche la selezione naturale avvenuta tra uomini e piante (si pensi agli avvelenamenti provocati dall’ingerire erbe poco note e, pertanto, non commestibili), da cui derivano i progressi nelle coltivazioni del suolo. Si tratta di fatti illuminanti, poiché riguardano questioni di fondo, attraverso le quali si giunge alla conoscenza di una civiltà e del suo sviluppo storico e culturale. Ovviamente, stiamo parlando di un processo storico che si è sviluppato per tappe: inizialmente, una piccola conquista (direi con Chang Kwang-Chih [3] ), della natura da parte dell’uomo, dal Neolitico fino al termine dell’età del bronzo; successivamente, con il propagarsi dello scioglimento del ferro (siamo intorno al 500 a.C.) si ha un rapido e più o meno completo cambiamento del paesaggio della Cina nella zona che va dalle steppe del Nord ed il bacino dello Yang-tze. Questa è l’epoca in cui la Cina assume le dimensioni di quel grande impero agricolo sopravvissuto fino agli anni Sessanta dello scorso secolo [4]. Questo sviluppo fu determinato anche da due notevoli fatti tecnici, a cui seguirono profonde trasformazioni: la fusione del bronzo (siamo all’origine della civiltà cinese) e quella del ferro. A quest’ultima conquista tecnica si lega la messa a coltura di tutte le pianure ruotanti intorno al territorio cinese ed il rapido arricchimento di questo mondo. Ma tutto ciò costò anche molte vite umane. Con il modificarsi dell’ambiente naturale per effetto del progresso tecnico, si modificò anche l’apparato fisiologico dei cinesi – ciò è opportuno ricordarlo con Chang Kwang-Chih – accanto alla densità demografica, che dopo un periodo di rilevante flessione, grazie alla rinnovata produzione e alla evoluzione tecnica, cominciò progressivamente a risalire. Infine, non si dimentichi che tra il Neolitico ed il successivo periodo sembra sia comparsa l’agopuntura, uno degli strumenti della scienza medica cinese utilizzata per contrastare soprattutto il dolore. L’agopuntura, è noto, si pone anche come il risultato di molte scuole di pensiero, (la scuola dei Dotti o Letterati, la Scuola del Tao o Taoista e la Scuola Yin-Yang o Naturalista etc.), il cui confronto portò alla definizione di alcuni concetti basilari della cultura cinese in campo medico, formando così una sottile trama filosofico-scientifica ancora oggi in uso.
 
Ora, lasciando «la prima civiltà cinese» e le relative «prospettive antropologiche» della stessa possiamo rivolgere il nostro sguardo a Marco Pòlo e la relazione dei suoi viaggi in Estremo Oriente compiuti dal 1271 al 1295. Infatti, qualche ulteriore spunto di conoscenza di questo mondo e del suo vivere in comunità ci proviene dal «Milione» di Marco Pòlo (o, come pure viene chiamato, La descrizione del mondo o Libro delle meraviglie), trattato geografico, in cui in non pochi casi la storia prevale. Al 98° capitolo o racconto Pòlo ci informa, ad esempio, sul «Come ‘l Grande Kane [aiuta] sua gente quando (è) pistolenza di biade». Il capitolo è interessante ed in chiusura di queste brevi considerazioni vale la pena riportarlo nella sua interezza, ciò anche per meglio apprezzare gli orientamenti di governo di questa grande civiltà asiatica.
 
«Or sappiate ancora per verità che ‘l Grande Sire manda messaggi per tutte sue province per sapere di suoi uomini, s’egli ànno dano di loro biade, o per difalta di tempo o di grilli, o per altra pistilenza. E s’egli truova che alcuna sua gente abbia questo danaggio, egli no gli fa ttòrre trebuto ch’egli debbono dare, ma falli donare di sua biada, acciò ch’abbiano che seminare e che mangiare. E questo è grande fatto d’un signore a farli. E questo fa lo state. Lo verno fa cercare se ad alcuna gente muore sue besti’, e fae lo somigliante. Così sostiene lo Grande Sire sua gente (…) [5].»
 
References
[1] cfr. La Cina antica. Dalle origini all’Impero, trad it. Milano, il Saggiatore, 1971, p. 7
[2] cfr. Storia globale. Un’introduzione, trad. it., Roma, Carocci, 2015, pp. 18-19
[3] Early Chinese Civilization: Anthropological Perspectives, Cambridge – Mass. - London 19   
[4] su tutto ciò cfr. Genet, La Cina antica, cit., pp.8-9
[5] Marco Polo, Milione, Le divisament dou monde, a cura di Gabriella Ronchi. Introduzione di Cesare Segre, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1982, pp. 133-34.
 
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