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Associazione Italiana Neurologi Ambulatoriali Territoriali
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Covid-19: il dramma della solitudine

Aurelio Musi
Ordinario di Storia Moderna, Università di Salerno

Due apparenti ossimori, ossia contraddizioni in termini, riassumono i volti di Napoli al tempo del Covid-19 dopo i decreti governativi che hanno serrato l’Italia: la negativa normalità; la positiva emergenza; la sregolatezza come quasi naturale abitudine del vivere quotidiano, la capacità di ritrovare il senso della disciplina nello stato di eccezione.
La negativa normalità sono le aggressioni e gli sputi in faccia a due eroi della sanità in emergenza; gli incoscienti raduni giovanili e rave-party nonostante i divieti e i rischi concreti di contagio; il mercato nero e abusivo delle false mascherine e dei liquidi disinfettanti; le aggressioni ai vigili che compiono il loro dovere; i cumuli di spazzatura che ricordano i giorni bui della crisi dei rifiuti.
La positiva emergenza sono le ordinate file dei cittadini a distanza di sicurezza davanti ai supermercati, ai negozi alimentari, alle farmacie; le chiacchiere, gli sguardi rassegnati, i commenti, a volte autoironici, a volte preoccupati, di chi attende paziente il proprio turno, quasi a voler trasmettere all’universo mondo il bisogno ineliminabile della comunicazione; le strade della città, vuote di auto e di pedoni, segnale tangibile, certo, del timore del contagio, ma anche del rispetto sostanziale dello Stato e delle  istituzioni da parte di un popolo che uno stereotipo duro a morire vorrebbe in perenne conflitto con i propri governanti e scarsamente dotato di senso civico; il pugno di ferro dello sceriffo governatore che questa volta tuona a ragione e azzecca i provvedimenti necessari; lo scatto delle istituzioni che riescono finalmente a far funzionare i controlli; la sanificazione, forse, alquanto tardiva, di mezzi pubblici e strade; il lungomare finalmente “liberato” davvero, visibile in tutto il suo straordinario splendore, abbagliante in queste giornate di precoce primavera; la generosità dei cittadini che assistono anche economicamente gli operatori sanitari allo stremo; medici, infermieri, impegnati al massimo nonostante i limiti ben noti delle strutture sanitarie, i tagli inconsulti di interi reparti, la dissennata programmazione; ricercatori capaci di dialogare con i loro colleghi italiani e stranieri mettendo a frutto le loro competenze per indagare sulla natura del Covid-19 e mettere a punto le terapie più adeguate.
A conti fatti e alla luce di questo semplice e approssimativo inventario qui proposto, il saldo del bilancio è ampiamente positivo. A parte le pecore nere presenti ad ogni latitudine, la maggioranza dei cittadini sta rispondendo responsabilmente allo stato di eccezione di cui tutti dobiamo prendere atto.
Tuttavia c’è un dramma nel dramma su cui vale la pena di riflettere e di cui tutti dovremmo farci carico e pensare ai possibili rimedi: è il dramma della solitudine. L’espressione, alquanto sinistra per la verità, “controlli anti-socialità” come dispositivo necessario e sacrosanto per fronteggiare l’emergenza virus e il martellante slogan “io resto a casa” sono stati ormai introiettati nella mentalità collettiva, nei comportamenti quotidiani della maggioranza e hanno attivato, a diversi livelli, meccanismi di reazione a autoregolazione. Ma non tutti godono di questi privilegi, non tutti possono permetterseli.
Donne e uomini soli saranno sempre più soli nell’emergenza del Covid-19. E si può morire in solitudine ma anche per solitudine.
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